Di ritorno dal Campeggio APE Milano

Racconto semiserio, anno domini 2020

Giovedì 23 luglio, mentre le acque esondavano per le vie della città, il campeggio apeino prendeva forma in località Conca del Volano, altipiano sito lungo il versante est della Valle Camonica, al cospetto del Badile Camuno. Per la prima volta, da quando il consorzio apeino è rinato, la tendopoli prendeva forma diffusa: ciascuna sezione ha infatti convocato le sue api per un appuntamento di ristoro, ardimento e contatto con l’ambiente naturale.

Consumato un pasto frugale orchestrato dai manicaretti del Teschio, ed atteso l’arrivo del buon Martino (tardivamente liberato dal padronato), l’attendamento è stato salutato da insistenti rovesci per tutte le ore notturne. Prima che le api più laboriose prendessero la via dei monti, una mattina uggiosa risvegliava i villeggianti con un’ultima salva di pesanti gocce di pioggia. All’insegna dell’unità il drappello s’è quindi diviso in due squadre: la prima dedita al giuoco delle carte, la seconda all’alpe. Nella prima il duetto di Luca ha primeggiato per esperienza e nervi saldi di fronte alle incursioni di quello capitanato da Giulia, costringendo tutti gli aderenti in un torneo non senza colpi di scena ed attimi di vera e propria palpitazione.

Parimenti, con l’arrivo della presidente Ambra, l’altra metà dell’alveare prendeva i tornanti che s’inerpicano in direzione della corona di roccia, fino alla linea delle malghe in disuso e oltre in direzione delle Cime di Tredenus. L’ascesa s’è conclusa solo ai 2590 metri sul livello del mare del Bivacco CAI Macherio, al cui interno l’aria rarefatta dalla quota raggiungeva la frizzante temperatura di 8 gradi celsius. Solo una volta ridisceso il monte il gruppo si è potuto ritrovare nei pressi del Rifugio De Marie al Volano, dove, ospite di signore gentilissime e deliziose, ha goduto di una cena sontuosa per le papille, pregna dei sentori dell’alpe ed innaffiato da un vino rosso sincero e schietto. Nonostante la defezione della sottosezione cinisellese (che ci avrebbe comunque ritrovato all’indomani!) la serata è proseguita con gaudio tra aneddoti d’alta quota, goliardia e trivialità, di fronte a un fuoco di legna umida e odorosa, raccolta nel fondobosco circostante l’attendamento.

Superate le ore piccole e una notte al fine stellata, il sabato prendeva forma con l’attesa escursione sociale al Pizzo Badile Camuno. Roberta, geometra nella vita e nell’arte del fuoco da campo, e Margherita allestivano amache tra le alberature per godere appieno del sole e non della sola fatica. Il resto della brigata prendeva il sentiero tra torrenti rinvigoriti, aghi di cento conifere e la certezza di trovarsi nel cuore palpitante di questo cordiale appuntamento. Dopo un paio di centinaia di metri di avanzata tra fronde e abbondante verdura, Alex e Gae lasciavano il drappello per una variante lungo la linea delle malghe, dove avrebbero festeggiato l’arrivo di Pedro, Nicole, Elio e Dalila, sempre in vista del noto bivacco. Il gruppo era prossimo a dividersi nuovamente. Il primo sottogruppo capitanato dalla prode Cami raggiungeva non senza baldanza e arditezza la sommità del monte in meno di tre ore, sotto la supervisione lucida di Cesco. Il secondo gruppo, riconoscibile per l’approccio più didattico e naturalistico, sostava al bivacco ligneo prima di intraprendere la ferrata finale all’insegna del noto motto “si parte e si torna insieme”, ingollando pesche succose e godendo della beltà dei panorami in quota. L’ascensione terminale principiava iniziando Marta alla pratica della via ferrata, sotto un diluvio di parole da sei crediti di Abo in tema “elementi di arrampicata artificiale, materiali e tecniche, fattore di caduta”. Nel frattempo il novarese Guido ci aveva salutato per prendere a ritroso la via della piana e ritrovare la terra natia. I gitanti ancora non sapevano che al ritorno, irretiti con la promessa di una doccetta “temperatura ambiente”, sarebbero stati ripetutamente innaffiati di acqua gelida dai bricconi della compagnia.

Una volta tornati al campo base, Davide guidava le api operaie nell’allestimento della grigliata luculliana che avrebbe riunito l’intera banda fino a notte tra ortaggi decisamente cotti a fiamma vivace, formaggi locali ben grassi e carni odorose. Il tutto, in esibito distacco dalla tradizione antialcoolica della veneranda associazione, ben innaffiato da bevande tonificanti di dubbia qualità e gradazione. La quadrupede Luna, illuminata di led rossi e ben pasciuta, controllava che il campo fosse in completa sicurezza.

Domenica mattina Elena dischiudeva il tempo della colazione indossando un elegante sacco a pelo celeste e scrutando con occhi torvi gli scout accorsi trombette alla mano. Superata la notte più lunga della campeggiata, non senza calembour e risate e balli e sonetti stercofonici, i nostri si ritrovavano la domenica mattina, un’ultima volta, per una gita conviviale in direzione del Rifugio Colombè, posto a nord-ovest della conca e al piede del Parco dell’Adamello. Per qualche taglio boscoso, procedevano i gaglioffi e le sciamannate, ben consci che di lì a poche ore anche questa tendata estiva, così particolare e unica, si sarebbe conclusa repentinamente. Tra qualche fiacchezza muscolare, grandissima soddisfazione e desiderio atavico di godere nuovamente di aria aperta e sana, le apeine e gli apeini vagheggiavano nuove occasioni di cimento, liberi dagli orpelli dell’urbe.

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