EVA è un Sentiero Urbano sulle tracce del femminismo a Milano.
EVA è Escursionismo che Va Altrove per provare a raccontare una storia di resistenza e liberazione, troppo spesso oscurata da una descrizione mainstream e stereotipata di femminismo.
EVA attraversa la città, percorrendo alcune delle vie aperte dalle donne nel tempo. Voltandoci indietro e guardando con attenzione, ciò che ci ha colpito é la capacità visionaria delle donne che le hanno tracciate. Come per le vie aperte in montagna, si studia una parete impervia e si segna una strada. É una pratica dell’impossibile.
EVA è un sentiero di cui prendersi cura per tenerlo vivo.
EVA si calpesta e attraversa nel quotidiano, è il dna della nostra storia di donne, ma è anche un sentiero aperto da costruire nel tempo, camminando assieme.

 

 

tappa 1 - Il corpo delle donne

tappa 1 - Il corpo delle donne

Via Amedei, 13
Consultorio Ced, Centro Educazione Demografica

I primi consultori nascono in Italia a metà degli anni ’50 del secolo scorso. L’Aied – Associazione Italiana di Educazione Demografica – nasce nel 1953, la spinta viene dai laici di sinistra e dai liberali con l’idea di abolire il divieto di contraccezione e lavorare sulla procreazione responsabile. A Milano il primo consultorio viene aperto nel 1955.
Nel 1965 arriva in Italia la pillola contraccettiva, prescrivibile però solo a fini terapeutici. È infatti ancora in vigore nel codice penale l’articolo che definisce criminoso “il pubblico incitamento a pratiche contro la procreazione” e l’art 112 del testo di pubblica sicurezza vieta, in quanto lesivi del pudore e della pubblica decenza, la diffusione di materiali atti a impedire la procreazione o procurare l’aborto. Questi due articoli sono aboliti solo nel 1968.
Nel 1966 nasce il CEMP, fondato da un gruppo di persone fuoriuscite dall’Aied. Il nome – Centro per l’Educazione Matrimoniale e Prematrimoniale – è preso ad hoc per non impaurire i benpensanti. Al suo interno tuttavia si tengono colloqui su sessualità e contraccezione e si indirizzano le donne presso una rete di ginecologhe e ginecologi di fiducia.
In questo periodo, infatti, soprattutto nelle periferie e soprattutto per le donne meridionali, chi prende la pillola viene spesso tacciata di essere una donna di mali costumi e mettere incinta la “propria donna” è considerato segno di grande virilità.

Anche il pensiero ufficiale della chiesa la dice lunga sull’argomento. Se durante il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII aveva dimostrato grande apertura nei confronti del tema, questa viene immediatamente ritrattata alla sua morte con l’insediamento di Paolo VI. Negli anni Cinquanta, uno dei primi consultori è aperto da un prete antifascista, Don Liggeri, che, pur nell’ottica della morale cattolica della sessualità orientata alla procreazione, promuove l’educazione sessuale e la contraccezione perfino sulle colonne di un giornale di massa come Annabella.
Nel 1965, nonostante l’ampio dibattito interno, il documento conciliare Gaudiaum et Spes condanna l’aborto e nell’enciclica del 1968 Humane Vitae si afferma una posizione della chiesa contraria alla separazione tra procreazione e atto sessuale. Solo la conta dei giorni infecondi viene considerata lecita, in questo caso infatti i coniugi usufruiscono legittimamente del periodo inferitile.

Nel 1973 Adele Faccio apre nella sede del partito radicale di Milano il CISA – Centro Informazione Sterilità e Aborto – allo scopo di aiutare le donne ad abortire diffondendo il metodo Karman, considerato il più sicuro ed efficace, che tramite una macchina aspirante ripulisce l’utero.

Negli anni’70, la riflessione su forme e obiettivi del consultorio rientra tra i temi del dibattito neo-femminista che inizia a ragionarne sotto un punto di vista radicalmente diverso rispetto al passato, creando spesso fratture e incomprensioni con i soggetti che avevano istituito i primi consultori.
Da un’idea di consultorio basata solo sull’aiuto all’aborto e all’informazione su contraccezione e sessualità, la critica si allarga all’intero modo di vivere la sessualità, incentrata solo sulla necessità riproduttiva della società patriarcale. In questa riflessione l’aborto è solo uno dei problemi collegati a questa idea di sessualità da sovvertire nel suo complesso.
Nel femminismo degli anni Settanta sono presenti diverse istanze e pratiche politiche, che spesso si intersecano: l’impegno per l’apertura di consultori pubblici; l’autocoscienza, atto politico di messa in discussione del sé e del contesto vigente attraverso la relazione dialogica con altre donne; l’apertura di strutture autogestite con la pratica dell’auto-visita e la messa in discussione del rapporto di potere tra medico e paziente. Nascono così i Centri per la salute della donna dove non solo si informa sulla contraccezione e si danno alle donne gli strumenti per capire la propria salute sessuale tramite l’auto visita tra donne (self help, senza la presenza di personale medico) ma si da anche la possibilità alle donne di confrontarsi e relazionarsi su sessualità e piacere, sulle relazioni vissute all’interno della famiglia. I consultori autogestiti instaurano uno stretto rapporto con i quartieri in cui nascono e supportano le donne che vogliono abortire, indirizzandole verso chi pratica un aborto sicuro, disincentivando l’affidamento a persone o a pratiche rudimentali che espongono le donne a rischi elevati per la salute, tra cui setticemie talvolta fatali.

Nel 1975 viene varata la norma 405 sui consultori pubblici, la legge è frutto di una mediazione che evidenzia le tensioni della società e del parlamento e traccia solo le linee guida del servizio, demandando poi la loro istituzione e regolamentazione alle singole Regioni.
Tra il ‘75 e il ‘76 sono molte le mobilitazioni in Lombardia che vedono in prima linea le donne interessate a orientare il dibattito, a settembre del 1976 la Regioni emana la legge 44 accogliendo alcune istanze femministe, come l’istituzione dei comitati di gestione, momenti partecipativi in cui orientare l’attività dei consultori.
Quando si aprono i consultori pubblici, il movimento di donne è interessato ad orientare il dibattito affinché questi non siano solo ambulatori, ma anche luoghi di confronto tra donne e per le donne. Luoghi in cui l’educazione sessuale non si limiti solo ad istruire rispetto ai metodi contraccettivi, ma che affronti il tema della sessualità in senso più ampio. La legge, e soprattutto le leggi regionali, accolgono questa istanza in quanto prevedono l’esistenza di comitati di gestioni cui partecipino anche le utente. I comitati di gestione sopravvivono per alcuni anni, per andare poi ad esaurirsi nella seconda metà degli anni ‘80.

La battaglia per la depenalizzazione dell’aborto è uno dei punti cardinali del movimento femminista, che però non ha una visione politica unitaria. Una parte è a favore della liberalizzazione (depenalizzazione e basta, che implica anche apertura alla sanità privata e pagamento di tariffe per la prestazione), un’altra è per la legalizzazione (una legge deve regolamentare modi e tempi dell’aborto, che deve essere garantito dalla sanità pubblica e gratuito).
Nel 1978 viene varata la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. I radicali votano contro una legge che considerano frutto di troppe mediazioni che possono limitare la libertà di aborto. I timori risultano fondati, oggi la libertà di aborto risulta garantita a macchia di leopardo sul territorio italiano a causa della possibilità dei medici all’obiezione di coscienza (obiezione oltretutto in continua crescita) che spesso viene dichiarata più per motivi opportunistici che per reali convinzioni morali.

Tornando ai consultori negli anni ‘90 che l’idea di consultorio nata dalle lotte degli anni ‘70 comincia ad andare in crisi, sia perché muta il contesto sociale, sia per l’avanzata di un modello neoliberista che privilegia la sanità privata. Il colpo di grazia arriva però a primi anni 2000 con l’introduzione in Lombardia della cosiddetta sussidiarietà che non solo rende possibile l’accreditamento di strutture private, drenando così soldi a quelle pubbliche, ma inserisce tra i criteri di accreditamento la possibilità all’obiezione di coscienza da parte delle strutture che possono quindi astenersi dall’applicare la legge 194.
All’esperienza degli anni 60 e 70 sopravvivono tuttavia importanti esperienze di consultori laici autogestiti: il CPD – Centro Problemi Donna -, il CED – Centro Educazione Demografica – con sede proprio in via Amedei 13, tappa del nostro percorso, il Cemp e l’Aied.

tappa 2 - Le donne al centro: pratiche, parole, simbolico

tappa 2 - Le donne al centro: pratiche, parole, simbolico

Via Dogana, 2

Sede storica Libreria delle donne

Via Dogana, una via della città come tante altre, dal 1975 diviene un luogo, un “attraversamento” importante e imprescindibile per molte. Nasce qui la prima Libreria delle donne, con l’obiettivo di mettere in evidenza e far circolare la produzione culturale femminile, lasciata a far polvere nei magazzini delle case editrici, “dimenticata” e non distribuita in virtù di un elevatissimo e secolare ostracismo culturale.
Non una libreria specializzata, di settore, bensì motivata dall’intento di dare voce al sesso rimosso dalla storia; uno spazio attivo, di incontro e discussione, di elaborazione, non omogeneo politicamente e non legato a partiti ed istituzioni: un laboratorio di pratica politica. Pur nella sua struttura “attraversabile” (ne è esempio una turnazione di lavoro, al suo interno, effettuata da volontarie che non necessariamente provenivano dagli ambienti della militanza), la libreria costituisce il riferimento di un importante punto di vista del movimento femminista degli anni settanta, quello che, nello specifico, prova a (ri)dare voce e corpo alla differenza sessuale, e che, a Milano, aveva mosso i suoi primi passi dal collettivo di via Cherubini (tra le promotrici più conosciute della libreria, Luisa Muraro).
“All’interno del Movimento c’era già l’analisi di quello che avevano detto le donne, la parola, il simbolico…Si è deciso Libri, Libri solo di donne…Avevamo detto: che ci sia uno spazio, un luogo, qualcosa, non per esaltare o celebrare; ma per avere e dare uno spazio perché questa parola, se c’è, possa farsi in qualche modo ascoltare”
Una libreria diretta dalle donne, che distribuisce libri scritti da donne. Perchè?
Facciamo un passo indietro.
L’esperienza dei gruppi di autocoscienza, che precede la creazione della libreria e ne costituisce il substrato politico-culturale, aveva rivoluzionato il modo di pensare-pensarsi e “praticare” le relazioni tra donne: nei gruppi, separati da influenze maschili, le donne si erano raccontate ed avevano raccontato, “autenticamente”, diversamente, immaginando e ri-costruendo un’identità femminile in maniera positiva, partendo dal “sé”. Promuovere una libreria, uno spazio pubblico comune ed attraversabile, avrebbe significato non fermarsi al piccolo gruppo, ma cercare di aprire la propria esperienza ad una molteplicità di donne, provare a renderla “concreta”. Il progetto della libreria si inserisce, quindi, in una fase di impulso e sperimentazione del percorso dell’autocoscienza: le parole pronunciate, il ricco immaginario del desiderio e della sessualità (non declinato sul maschile), gli universi femminili emersi all’interno dei gruppi avevano bisogno di un luogo concreto che mettesse al centro le donne, le loro relazioni, la loro libera potenza creativa.
Una libreria-laboratorio politico per riappropriarsi di un “femminile” non definito per negazione/paragone con il maschile (che impone il linguaggio, l’ortografia, la sintassi del discorso, le regole del sistema), ma posto in maniera attiva quale “differente” e caratterizzato da un ordine ordine simbolico assente nella società patriarcale. Un esempio in questo campo, lo studio del linguaggio sessuato nella letteratura e la creazione di cataloghi ad hoc – es. catalogo giallo – con testi selezionati. L’elaborazione politica della libreria toccherà molti altri temi, distinguendosi rispetto ad altre esperienze di femminismo anch’esse maturate nella comune culla dall’autocoscienza: dai concetti di estraneità delle donne da una codificazione politico-normativa-istituzionale maschile a quello di automoderazione (percezione d’essere un sesso perdente e tendenza ad auto-moderarsi per essere “accettate”), mettersi a proprio agio (rispetto al disagio subito nella dimensione patriarcale, pubblica o privata), a sperimentare un separatismo non-statico (immettendo nelle relazioni tra donne non solo la solidarietà ma anche la disparità tra donne), al “sessualizzare i rapporti sociali” ed il proprio agire politico.
La libertà femminile, in coerenza con questo percorso, non avrebbe mai potuto dipendere dallo Stato, dalle istituzioni e dagli uomini, ma solo dal “farsi spazio” partendo dal sé, “sessualizzando” le relazioni sociali, ogni carica amministrativo/politica, rifiutando meccanismi garantisti che mantengono invariata la posizione di passività della donna che vi accede per concessione.
Oggi, dopo molti anni dall’inizio di questa sfida, la possiamo descrivere la Libreria con le parole scelte dalle donne che la conducono e pubblicate sul sito della Libreria
“E’ un’impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c’è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l’attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia. La Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione. Ma in quello che siamo c’è qualcosa che non si può scrivere da nessuna parte, qualcosa che non è riducibile a ciò che si può esprimere in parole, perché bisogna esserci per viverlo”.

tappa 3 - Il gesto femminista

tappa 3 - Il gesto femminista

Questo gesto è una soglia, una finestra, uno spiraglio. Le donne lo usavano ridendo, era una rivolta gioiosa. Un gesto trasversale nelle mani delle donne di qualunque età. Un elemento considerato di vulnerabilità, la vagina, diventa un elemento di forza, di lotta. Un gesto che compare e scompare nel giro di 10 anni. Disinibito ed esibito di un sesso che non si può nominare ( pensiamo ai vari nomignoli con cui si soprannomina la vagina: patata, farfallina…). Si supera un tabù e lo si impone come linguaggio politico di fronte a maschi che usano un altro linguaggio. Ed è un gesto dirompente.
La genesi di questo gesto è da cercarsi nel collettivo femminista di Pompeo Magno di Roma, Laura Corradi nel testo “Il gesto femminista” ci ha lavorato a lungo ed è riuscita a rintracciare una relazione tra due donne. Giovanna Pala è la donna che ha fatto il gesto per la prima volta con un significato politico– voleva opporre, meglio giustapporre, al pugno chiuso (in un certo senso anche fallico) un gesto incontrovertibilmente femminile, di rimando alla soggettività femminile, il gesto della vagina. La prima volta è stato fatto a Parigi, alla Mutualitè durante uno dei primissimi convegni sulla violenza contro le donne, da un’italiana e una greca (Ronnie) insieme che avevano appena fatto un intervento sul lesbismo. Rispondono ad un pugno alzato facendo con le due mani congiunte ricordando la vagina.
Un segno che era provocazione e liberazione al contempo. E’ un organo del nostro piacere, è un organo riproduttivo e porta con sé le due anime del femminismo: l’autodeterminazione e la libertà sessuale.

tappa 4 - Protagonismo femminile in APE

tappa 4 - Protagonismo femminile in APE

Luogo simbolico
Piazza della Scala, sede del primo congresso Ape, anni ’20

Nel corso dell’Ottocento, secolo che segna la nascita dei primi club alpini (a Londra nel 1857, in Italia nel 1863), l’iniziativa femminile sulle alte quote si fa sempre più diversificata ed indipendente. Le donne, in Italia come in tutta Europa, effettuano ascensioni di tutto rispetto, dovendo affrontare, di volta in volta, non solo le difficoltà tecniche ed organizzative richieste in ogni escursione di carattere alpinistico, ma anche i rigidi codici morali, il pregiudizio della “fragilità biologica ed emotiva” che le rendeva “inadatte” alla pratica dell’escursionismo e dell’alpinismo, l’ostacolo del ruolo, quello puramente riproduttivo, che le “conservava” tra le mure domestiche. Con guide e portatori al seguito, accompagnate da familiari, ma talvolta anche da sole, supportate da alpinisti “illuminati”, le donne si fanno faticosamente strada anche sui sentieri. Questo fenomeno è ritenuto inopportuno, se non talvolta anche pericoloso, dalla maggioranza degli alpinisti e studiosi appassionati di montagna e soci dei club. Un timore che produce ostacoli ed esclusione, ma non riesce a frenare la concretizzazione di una presenza femminile attiva e cosciente. Le donne, frequentando sempre più assiduamente la montagna, modificano con fermezza e costanza il ruolo loro assegnato nel “paesaggio alpino”, cambiano gradualmente un lessico, un codice ed un simbolico proprio di una montagna aspra e maschile che le escludeva, rendendole ospiti poco gradite. Così dal farsi “accompagnare”, affrontano le asperità senza custodia familiare, dal farsi raccontare a raccontare direttamente, esse stesse, i propri viaggi, ascensioni, riflessioni sull’ambiente circostante, dall’essere difese da uomini illuminati a chiedere una presenza diretta ed attiva.
In una prima fase, quella ottocentesca, le pioniere della montagna sono donne aristocratiche e alto borghesi. Esse spesso si avvicinano all’escursionismo, oltre che per una propria inclinazione personale, anche in virtù della passione di qualche familiare (padre o fratello); talune sono anche invitate a praticare l’alpinismo per una ragione pedagogica, per allontanarsi dall’ozio, dalla “civetteria”, da uno stile di vita moralmente lascivo e fisicamente malsano. Tutte si sostengono con mezzi propri, finanziandosi le ascensioni ed i viaggi. Nella discussione se accettare o meno le richieste di iscrizione femminili ai club, l’appartenenza ad un ceto elevato, istruito e ben educato, è un fatto discriminante: gli stessi club furono creati su iniziativa di un ceto maschile aristocratico/alto borghese, che diffondeva la propria attività e proselitismo solo all’interno della medesima classe. La disposizione ad accogliere le donne come parte attiva, o solo a riconoscerne ufficialmente “i meriti” sarà tuttavia enormemente limitata, fin oltre la seconda guerra mondiale.
E’ necessario attendere la fine dell’Ottocento per incontrare l’iniziativa proletaria anche sui crinali delle montagne; il Novecento apre invece le porte ad una insolita esperienza: all’interno della galassia socialista nasce e matura l’esperienza dell’associazione Ape – Associazione proletari escursionisti – che si colloca in quel sogno di democratizzazione di tutti gli ambiti dell’agire umano, e per entrare nel suo specifico, si dedica all’elevazione materiale e spirituale dei lavoratori attraverso l’escursionismo.
Aape – associazione antialcolica proletari escursionisti – nasce nel 1919 ( tiene il suo primo congresso a Milano nel 1921) come associazione antialcolica. Una delle sue battaglie principali, come si evince dal nome che assume inizialmente, è proprio quella di allontanare i lavoratori dall’alcolismo, forma di annichilimento e distruzione dei lavoratori ( a tutto vantaggio dei padroni) che segue il quotidiano sfruttamento subito sul lavoro. Il tempo libero (“liberato” grazie alle otto ore lavorative), poteva essere dedicato alla salute, alla bellezza, all’esplorazione della natura e della montagna, lontano dall’inquinamento delle fabbriche e dei maleodoranti quartieri cittadini operai. In montagna le famiglie apeine avevano la possibilità di vivere momenti ludici e ricreativi al sole e all’aria pulita; quanti avessero invece un’ inclinazione o una passione spiccata per l’alpinismo, avrebbero potuto approfondirla grazie al mutualismo proprio di un’associazione indirizzata a chi non era provvisto, preso individualmente, dei materiali necessari e dei mezzi per realizzare un’ esplorazione. La montagna apeina apre i sentieri e le vie d’arrampicata ai meno abbienti, sulla scia di una riflessione politica che fa sbocciare un nuovo immaginario alpinistico: antimilitarista, non competitivo, esempio di fratellanza e cooperazione, aperto alla partecipazione attiva delle donne.
E’ in questa cornice che va letto l’emergere di un protagonismo femminile “proletario” anche in montagna; la rivista di Ape ne contiene un chiaro riflesso, dando conto della complessità, delle contraddizioni e delle molteplici fratture in cui si muove la rivendicazione femminista (femminismo liberale vs socialista, partecipazione/attivismo maschile vs femminile), ed evidenziando al contempo la battaglia emancipatrice, condotta attraverso una comune lotta di donne e uomini.
Nello sfogliare la rivista, emerge la numerosa partecipazione alle gite fuoriporta delle donne coi loro bambini. Nei report delle escursioni la partecipazione femminile è spesso messa in evidenza come elemento positivo e di distinzione rispetto ad altre forme di associazionismo sportivo. Non solo. Le donne si conquistano uno spazio anche individuale, nel cimentarsi in attività sportive ed avventurose come l’arrampicata, dove dimostrano tenacia, forza fisica e coraggio: le cosiddette attività grimpistiche tengono particolarmente alta la tensione e l’attenzione sulle capacità espresse direttamente in campo dal sesso “debole”.
Così ritroviamo, nell’autunno del 1922, Giulia Resta, la più svelta, la più Aquila delle apeine, sulla cresta Segantini, quand’ella insieme ai suoi compagni percorre la lunga Cermenati, poi il sentiero Cecilia, in una atmosfera di incoraggiamento reciproco per le difficoltà e l’orrida bellezza delle Grigne. Le apeine e gli apeini avevano il compito (ed il piacere!) di segnare quel sentiero attraversato in precedenza da pochi privilegiati, con lo scopo di renderlo percorribile e non pericoloso per i futuri proletari alpinisti.
Ne “Le impressioni di Scalata alle Torri del Cinquantenario e Fiorelli” (aprile/maggio 1923) l’apeina Giulia Resta con l’amica Licia, è impegnata a risalire, con una comitiva di 7, un altro tratto emozionante di Grignetta. “Una Cerchia di tormentati pinnacoli, di frastagliate torri, di pareti paurosamente strapiombanti, di ammassi druidici accatastati l’uno sopra l’altro con simmetrica stranezza (…)”, così appare la montagna agli apeini. La comitiva raggiunge il Rifugio Rosalba ed in 3, Pino Riva, Alfonso Malnati e la coraggiosa Giulia Resta, proseguono, la scalata al cinquantenaio. L’autore sottolinea il rammarico di chi non può partecipare, tra cui Licia, che avrebbe potuto solo utilizzando le pedule di Alfonso.
E sempre nell’agosto del 1923, il Sigaro Donez (scalato per la prima volta dal quel Donez diavolo della grignetta) viene scalato e vinto dall’Ape, che con i propri poveri mezzi (non quelli degli arrampicatori d’eccezione) chiude l’impresa con la partecipazione delle coraggiose apeine, che scalano sicure al seguito dei loro compagni di cordata. “In una comitiva di 7 … con tre amiche che non costarono fatica alcuna nella scalata…Olimpia Molli, che ha dimostrato doti di acrobatismo ardito, l’aquilotta Giulia con l’amico di Lecco Riva, poi la Camoscia (Signora Fioretta )”. Si mette in risalto in questo ultimo episodio in particolare, l’orgoglio, unito al dovere ideale, di far provare al gentil sesso l’emozione della scalata.
La “questione femminile” trova uno spazio esplicito sulla rivista di Ape attraverso un significativo articolo del 1926. Firmato direttamente da una redattrice di Ape, Enrica Viola (in) Agostini, che cura la rivista dagli anni venti del novecento, l’articolo risulta di particolare interesse per il modo schietto di argomentare alcune tematiche “femministe”.
“La donna e lo sport. Questo titolo, sopra una rivista proletaria come la nostra e destinata a proletari, può far ridere. Quando mai la donna lavoratrice, la salariata o la donna di casa proletaria può fare e ha potuto fare sport? L’articolo è appunto per dimostrare come lo sport è, nella società moderna, un privilegio di quelle classi che ne hanno meno bisogno, mentre esso dovrebbe essere una necessità per quelle che lavorano e producono. Così vediamo la donna delle classi ricche ricorrere ai vari esercizi sportivi come correttivo alla sua inazione, mentre la donna lavoratrice dovrebbe ricorrere allo sport come correttivo al troppo lavoro. (…) Non dunque tennis, pattinaggio, sci, che so io; lasciamo pure tutto questo alle classi ricche, ma un po’ di sano alpinismo progressivo, ma due domeniche al mese di sole e di aria libera sarebbero indispensabili all’operaia che sta rinchiusa tutta settimana in ambienti spesso malsani. Ma le obiezioni sono parecchie e partono prima di tutto dall’egoismo maschile (…). L’uomo, anche il più evoluto, è restio ad attribuire alla propria compagna i bisogni che attribuisce a se stesso (…)”.
L’editoriale esplicita il tema, presente anche nei periodici femminili socialisti dell’epoca, del doppio giogo, capitalismo/patriarcato, al quale sono sottoposte le donne. La rivoluzione industriale aveva fatto man bassa del lavoro minorile e di quello delle donne, sotto-pagandolo e privandolo contemporaneamente dei minimi livelli di protezione. Per l’operaia, o per la lavoratrice artigianale, l’esperienza del lavoro non aveva significato indipendenza, sviluppo di una professione o riscatto sociale rispetto agli uomini, come avrebbero voluto e ciò per cui lottavano le donne di estrazione borghese, bensì sfruttamento indiscriminato, privo d’ogni tipo di salvaguardia, che si interrompeva sulla soglia delle mura domestiche, oltre la quale principiava la subordinazione al marito. Un doppio regime di sottomissione, quindi, uno legato all’indigenza, all’impossibilità di accedere all’istruzione, allo sfruttamento subito dal sistema capitalistico, l’altro legato al sistema patriarcale, che le imprigionava al diktat dell’inferiorità “biologica” rispetto all’uomo ed alla sottomissione dentro le mura domestiche.
Con l’appello a liberare le donne dalle mura domestiche in occasione delle escursioni, si aggiunge una sfumatura in più, una critica di cui le donne si fanno portatrici sovente inascoltate: una richiesta a tenere in maggior considerazione le donne ed i loro bisogni nella quotidianità delle relazione tra i sessi.
Sciolta nel 1926, a seguito delle leggi fascistissime, l’Ape continua la sua esperienza sottotraccia, promuovendo la lotta antifascista e partecipando infine alla lotta di liberazione. L’apeina partigiana Marta Pascucci, nome di battaglia Pera, è una delle protagoniste della storia apeina del dopoguerra; le sue parole, che abbiamo raccolto in una intervista in occasione del trekking urbano Eva, evidenziano, meglio d’ogni altra analisi, il mutamento profondo nella percezione del proprio ruolo sociale maturato dalle donne nel corso della lotta partigiana.
“Le donne hanno avuto una funzione importantissima nel periodo della resistenza, perchè hanno fatto da tramite tra il popolo e la montagna. In città le azioni venivano svolte sempre con una donna; in quanto le donne fungevano da paravento ed avevano maggiore libertà di movimento. Io facevo la curatrice delle armi: mai usata un’arma, ma sapevo come si puliva e come si conservava. Alla fine di un’azione in città, i partigiani mi consegnavano le armi ed io le nascondevo”.
Il dopoguerra apre una nuova stagione di lotte. La nuova consapevolezza femminile, forte del protagonismo economico sociale e politico degli anni ‘40, si deve subito scontrare con il tentativo di ri-normalizzare il ruolo della donna. I partiti e l’associazionismo cattolico richiamano subito le donne nelle mura domestiche, al loro ruolo di custodi del focolare. La presenza massiccia delle donne nella resistenza viene ridimensionata e tramandata, anche storiograficamente, come sussidiaria. Le donne, anche quelle appartenenti alla variegata galassia rossa, devono ricominciare a lottare in un contesto politico nuovo ma sempre restio a riconoscerne la piena libertà.
Così dice Marta alla domanda “Come donna, dopo la guerra, vi era la possibilità di partecipare ad attività/gite in montagna?”
“Naturalmente si, ma tutto in proporzione. La personalità della donna non è stata riconosciuta subito dopo la guerra. Abbiamo dovuto lottare, fare le manifestazioni per poter essere riconosciute”.
Questo spirito di libertà ed indipendenza Marta Pascucci lo ritrova e lo rinnova nell’Ape degli anni cinquanta. La ritroviamo giovanissima in moltissime gite sociali apeine, sulle cima del Bernina, nel 1947, e sui versanti della Grigna.
L’esperienza escursionistica apeina (che andrà incontro ad un graduale deperimento solo dopo gli anni 60 con la diffusione dello sport di massa) si conferma attenta alla questione di genere ancora una volta, lasciandoci in eredità una storia di vita e di montagna femminile tutta in controtendenza.

tappa 5 - Il femminismo socialista di Anna Kuliscioff

tappa 5 - Il femminismo socialista di Anna Kuliscioff

via Clerici,10
Circolo Filologico Milansese

«Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più grande scrittore del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè il secolo XX sarà il secolo della donna»
Nata nel 1854 a Moskaja (Cherson), da un’agiata famiglia di mercanti ebrei, Anna fu incoraggiata sin dall’infanzia a coltivare gli studi con maestri e governanti privati e si interessò molto presto di politica. Nel 1871 si trasferì a Zurigo per proseguire gli studi di filosofia, poiché in Russia alle donne era proibito l’accesso all’università. Testimonianza della sua indole passionale e dell’ansito paritario fu il gesto clamoroso con cui strappò il libretto universitario quando, nel 1873, fu ordinato agli studenti russi di abbandonare l’università di Zurigo, pena la non ammissione agli esami in Russia. Tornata in Russia nel 1874 per dedicarsi alla politica attiva, già nel 1877 fu costretta a riparare in Svizzera, in seguito all’ondata di arresti provocati dai vari movimenti di piazza che in quegli anni agitavano non solo la Russia, ma gran parte dell’Europa. Proprio in Svizzera conobbe Andrea Costa, con il quale si trasferì a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin.
Ma nel ‘78 venne arrestata ed espulsa dalla Francia e fu di nuovo in Svizzera. Di idee anarchiche, Costa si avvicinò al socialismo proprio grazie ad Anna. Erano, quelli, anni di repressione durissima, che li videro entrambi vittime di continui arresti e di processi sommari. In particolare il processo a Firenze del 1880 suscitò molto interesse nell’opinione pubblica e dette molta visibilità alla personalità della Kuliscioff.
La lontananza forzata e il temperamento geloso di Costa però incrinarono per sempre un rapporto già conflittuale. Andrea dal carcere scrive ad Anna della propria gelosia, rivolta in modo particolare a Carlo Cafiero con cui Anna, a Lugano, aveva avviato un fitto dialogo politico e umano. Alle accuse del suo compagno, la Kuliscioff replica con fermezza: «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora».
La sfiducia e i dissapori, inaspriti dalla lontananza, inabisseranno definitivamente nel 1885 il loro amore, dal quale nacque una figlia, Andreina.
In Svizzera la Kuliscioff aveva ripreso gli studi ed era passata dall’ingegneria alla medicina. Inseguito alle numerose detenzioni aveva contratto la tubercolosi e le vennero consigliati climi più miti. Si trasferì così, con la figlia, a Napoli. Nel 1888 si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. La sua tesi era dedicata alle cause della febbre puerperale, e avendone indicato l’origine batterica, aprì la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì poi a Milano, dove cominciò ad esercitare l’attività medica, recandosi tra l’altro anche nei quartieri più poveri della città. Dai milanesi venne chiamata la “dottora dei poveri”.
A Milano entra in contatto con le principali esponenti del femminismo milanese, Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati, che nel 1882 avevano formato la Lega per gli interessi femminili. Da qui in avanti l’impegno di Anna Kuliscioff nella questione femminile diviene sempre più chiaro e incalzante, sino a culminare nel bellissimo intervento al Circolo filologico di Milano, nell’aprile del 1890: Il Monopolio dell’uomo. Un intervento forte, dall’impostazione originale e moderna, che non solo considera la questione femminile da un’angolazione economica (prospettiva “obbligata” per chi come lei si considerava parte del firmamento marxista), ma che soprattutto scava tra i ritardi, le motivazioni sociali, i pregiudizi culturali che la
accompagnano e che trovano le loro radici in una mentalità chiusa, gretta e in abitudini di secolare sopraffazione. L’aspetto innovativo dell’intervento di Anna Kuliscioff, però, risiede nel modo di denunciare le angherie riservate all’altro sesso. «Non farò, tuttavia, una requisitoria – così esordisce la Kuliscioff al convegno milanese -. Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi ad ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti, essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e soprattutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto».
«L’esperienza di altre e molte donne – argomenta Anna – che si alternarono a deviare dal binario tradizionale la vita femminile in genere, e soprattutto l’esperienza mia propria, m’insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affacciano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna». E aggiunge: «Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per un’infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante».
Da qui muove Anna per descrivere la parabola della donna, dall’eta’ primitiva agli
albori della società industriale, con “l’altra metà del cielo” sempre piegata sotto il giogo della sopraffazione e dello sfruttamento. «Si potrebbe dire con Letourneau – sottolinea con forza la Kuliscioff – che il primo animale domestico dell’uomo è stato la donna, perché in condizioni dispari di lotta, essa rimaneva la vinta, ma vinta soltanto dalla forza brutale».
Nel 1891 insieme a Filippo Turati, fondò la rivista «Critica sociale», dalle cui colonne perorò molte cause, a cominciare dal riscatto delle donne, che ella sostenne in tutti i modi. Tutti, proprio tutti: promuovendone l’emancipazione intellettuale e morale, sostenendone l’indipendenza economica, difendendone i diritti. Dal primo decennio del Novecento fino allo scoppio della Grande Guerra sosterrà con tutti i mezzi possibili la battaglia per il suffragio universale, unitamente ad alcuni fra i più angolosi eretici del socialismo italiano, come Gaetano Salvemini.
Dopo la rottura con Andrea Costa nel 1885, Anna Kuliscioff e Filippo Turati si unirono in un sodalizio durato quarant’anni, che corrispose all’espressione più alta del movimento socialista in Italia. Un grande amore e un’intesa umana e intellettuale non disgiunta però dall’indipendenza di pensiero di Anna e dalla necessità di vegliare e affermare la propria individualità.
Il luogo simbolo fu il loro appartamento a Milano in via Portici Galleria al numero 23, il cui salotto venne adibito a redazione di «Critica sociale», e che fu il punto di ritrovo degli esponenti politici del tempo, ma anche l’asilo di persone comuni, come le “sartine”, che trovavano in Anna una confidente leale e generosa. E proprio da Milano la Kuliscioff sostenne concretamente la questione femminile all’interno del movimento socialista, dapprima con la legge Carcano, approvata nel 1903, per la tutela del lavoro delle
donne e dei fanciulli, elaborata dalla stessa Kuliscioff e presentata da Turati, e poi con la battaglia per il suffragio universale.
Agli inizi del Novecento il dibattito sul voto ruotava intorno alla richiesta di estenderne il diritto a tutti i cittadini maschi, anche analfabeti. Dell’eguale prerogativa per le donne, invece, nessuno, o quasi, si dava pensiero. Lo stesso Turati giustificava la posizione del Partito adducendo come motivo «la ancora pigra coscienza politica di classe delle masse proletarie femminili».
Immediata la risposta di Anna Kuliscioff su «Critica sociale»: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?».
Anna Kuliscioff non solo si era schierata apertamente contro le posizioni ufficiali del Partito Socialista (e quindi anche di Filippo Turati), ma aveva sempre mostrato il suo scetticismo, per non dire il suo disprezzo, nei confronti del femminismo borghese che rivendicava diritti solo per le donne appartenenti a determinate categorie sociali.
Ma nel 1912 il governo Giolitti approva una legge che, sotto il (falso) nome di suffragio universale, concede di fatto il voto a tutti gli uomini alfabeti che abbiano compiuto i ventuno anni di età, e a tutti i maschi analfabeti che abbiano raggiunto i trenta anni. Solo uomini. Un’amara sconfitta, dinanzi alla quale però Anna Kuliscioff non disarma, pessimista ma tenace. Ed ecco infatti che il 7 gennaio del 1912 fonda la rivista bimestrale «La Difesa delle Lavoratrici», che dirigerà per due anni insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff. Nel 1914, dopo lo scoppio della guerra, le divergenze politiche con la redazione porteranno Anna Kuliscioff a ritirarsi dall’iniziativa editoriale, sulla quale, però, continuerà sempre a pesare
l’eminenza del suo giudizio. Nelle pagine della difesa delle Lavoratrici si alternano articoli e voci dal campo, di singole operaie, di contadine, considerazioni e azioni dal campo. La rivista chiuse nel 1925, anno della morte di Anna Kuliscioff.

NOTE
1. Di rigidi principi marxisti Anna Kuliscioff guardava con un certo scetticismo alla “filantropia
dell’elemosina”, tuttavia le sue idee non le impedirono di collaborare con le principali esponenti
del femminismo lombardo. Anna Kuliscioff ed Alessandrina Ravizza, anche lei di origini russa,
infatti, lavorarono insieme a molte iniziative, pur mantenendo un diverso approccio alla
questione femminile. A Milano diressero un ambulatorio medico gratuito che offriva assistenza
ginecologica alle donne povere e dove prestarono gratuitamente la loro opera proprio alcune tra
le prime donne laureate in medicina, oltre alla Kuliscioff, anche Emma Modena. Nel 1882 Anna
fu di nuovo costretta ad abbandonare l’Italia e a rifugiarsi in Svizzera, dove riprese gli studi
universitari alla Facoltà di Medicina, completati poi tra mille difficoltà a Pavia nel 1887. Dopo un
periodo di ricerca abbandonò i laboratori e mise la sua esperienza al servizio dei disagiati,
divenendo così la “dottora” dei poveri.
2. Kuliscioff era il nome di battaglia che Anna, nata Rozenstejin, adottò durante il soggiornosvizzero, quando scoprì la sua passione politica, ripullulando Zurigo di idee progressiste e
facendo da raccordo a molti emigrati russi.
3. Anna Kuliscioff ed Andrea Costa vissero insieme prima a Parigi, poi in Svizzera ed infine ad
Imola, dove nel 1881 Anna diede alla luce la loro unica figlia Andreina. Dopo la rottura con
Costa nel 1885, Anna tornò in Svizzera per frequentare la facoltà di medicina. Nel 1888 si
specializzò in ginecologia tra le università di Torino e Padova. Si trasferì infine a Milano, dove
conobbe Filippo Turati ed iniziò ad esercitare la professione di medico.
Torna su
A. 1, n. 1 (7 gen. 1912)-a. 14, n. 6 (15 set. 1925) http://bibliotecadigitale.fondazionebasso.it/?c=difesa&cont=1
“Propugna le rivendicazioni sociali della donna, traendo ispirazione dalla classica opera del socialista tedesco Augusto Bebel: La donna e il socialismo. Pubblica il Manifesto della Camera del Lavoro per la cooperazione della donna lavoratrice all’organizzazione operaia per la conquista di un superiore tenore di vita; avversa le Leghe cattoliche; in occasione della proposta di legge per la riforma elettorale, promuove una viva agitazione a favore del diritto al voto delle donne; promuove un Congresso di propagandiste e organizzatrici. Anna Kuliscioff, a nome dell’Unione donne socialiste, risponde all’appello di Clara Zetkin a tutte le donne del mondo per la partecipazione al Congresso internazionale socialista di Basilea e annunzia che l’Italia sarà rappresentata da Angelica Balabanoff. Il periodico si occupa ampiamente di problemi sindacali femminili: rivendicazione delle otto ore lavorative, regolamentazione del lavoro della donna nelle risaie e nei grandi stabilimenti tessili, disciplina del lavoro a domicilio. Sollecita provvedimenti legislativi per la tutela della donna emigrante, invocando assistenza morale e materiale durante il viaggio e nei paesi di destinazione” (Ente per la storia del socialismo e del movimento operaio italiano, Bibliografia del socialismo e del movimento operaio italiano. 1. Periodici, Roma-Torino, Edizioni Esmoi, 1956, pp. 256-257).

tappa 6 - Uno spazio comune nella prima ondata emancipazionista

tappa 6 - Uno spazio comune nella prima ondata emancipazionista

Corso di Porta Nuova, 32
Unione femminile

tappa 7 - Gruppi Difesa donne, la Resistenza femminile

tappa 7 - Gruppi Difesa donne, la Resistenza femminile

Piazza XXV Aprile
luogo simbolico

Uno dei primi dati da rilevare sulla storia dei Gruppi di Difesa della Donna è la scarsità di lavori di ricostruzione dedicati a questa esperienza il cui racconto è rappresentato principalmente da racconti autobiografici di donne che ne avevano fatto parte, i cui esempi più famosi sono i diari di Ada Gobetti ed Elvira Pajetta.
In generale il racconto della Resistenza al femminile paga lo scotto di una storiografia incentrata esclusivamente sulla lotta armata trascurando gli aspetti di Resistenza civile e Resistenza politica ai quali molto spesso le donne diedero un contributo essenziale.
La dimensione femminile della guerra ha avuto grosse difficoltà a emergere e si è cominciato a studiarla solo a partire dalla seconda metà degli anni Settanta e ha necessitato di un ripensamento delle categorie storiografiche esistenti
Anna Bravo, studiosa di storia delle donne e della Resistenza, ha descritto molto efficacemente questa attitudine storiografica con queste parole: “la stragrande maggioranza degli storici (non solo italiani) condivideva lo stereotipo secolare secondo cui il riscatto si conquista con la lotta in armi, che c’è storia quando scorre sangue, quando lo si risparmia, no,o non a pieno titolo” “il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato. Del resto, se così non fosse stato dall’alba dei tempi, non esisterebbe più un solo essere umano sulla terra. Vivo”.
In questo panorama i GDD sono stati scarsamente analizzati sia rispetto ai caratteri specifici che agli elementi confrontabili con analoghe realtà maschili.
Oggi è più difficile negare che queste azioni e fenomeni facciano parte a pieno titolo della Resistenza rimane però il rischio di una contrapposizione tra chi ha combattuto “armi alla mano” e chi ha combattuto tutelando materialmente e simbolicamente persone, cose, comunità.
Le donne a Milano, come nel resto d’Italia, furono protagoniste della Resistenza: combatterono all’interno delle SAP e dei GAP, furono staffette, trasportarono ordini, viveri e armi, nascosero sbandati, ricercati ed ebrei, alcune fungendo da guida per trasportare in Svizzera chi doveva fuggire.
All’interno di tutte queste realtà i Gruppi di Difesa della Donna per l’assistenza ai combattenti della libertà rappresentarono un’esperienza esclusivamente femminile, autonomamente organizzata, nata con l’intento di dare massima diffusione alle pratiche e alle idee della Resistenza anche tra le donne comuni che non avevano necessariamente ancora maturato una chiara coscienza politica.
I GDD nascono a metà novembre del 1943 a Milano per l’iniziativa di alcune donne appartenenti ai partiti che componevano il CLN: le comuniste Rina Picolato , comunista della prima ora e responsabile femminile del partito durante la Resistenza, Giovanna Barcellona, all’epoca maestra cinquantenne, e Giulietta “Lina” Fibbi, morta quest’anno , il 22 gennaio del 2018 che aveva vissuto l’esperienza del campo di internamento di Rieucros insieme a Teresa Noce, le socialiste Laura Conti e Lina Merlin, costituente e prima donna ad essere eletta al Senato, le azioniste Elena Dreher e Ada Gobetti.
L’obiettivo dei Gruppi era quello di mobilitare donne di ogni ceto sociale, di ogni tendenza politica, di partito o senza partito attraverso un’organizzazione capillare e clandestina che appoggiasse in ogni modo la resistenza contro i nazifascisti.
I gruppi si diffusero soprattutto nel Centro Nord. A Milano il comitato centrale di assistenza dei Gruppi era composto da Gina Bianchi, più famosa come la partigiana Lia, militante comunista che era stata incarcerata e torturata e che morì il 24 aprile del ’45 mentre andava a Niguarda con Stellina Vecchio, dalle due amiche Elena Dreher del Partito d’Azione e Lucia Corti Ajmone Marsan cattolica comunista da Pina Palumbo dirigente del Psiup che aveva vissuto l’esperienza del carcere e del confino. Vennero creati fin da subito gruppi di fabbrica, di banca, di caseggiato, di ospedale, di carcere. Milano viene divisa per zone in sette commissioni di assistenza. I gruppi non comunicavano tra di loro ed i contatti erano tenuti solo da alcune. Le riunioni si tenevano saltuariamente in posti diversi.
Assistevano i partigiani, i prigionieri politici, si occupavano delle famiglie dei caduti, dei deportati, dei prigionieri. Procuravano viveri, indumenti, medicine, organizzavano corsi di pronto soccorso, predisponevano luoghi di cura ma si occupavano anche della mobilitazione nei luoghi di lavoro per boicottare la produzione destinata allo sforzo bellico; dell’impulso a manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame. Si preoccupavano di creare reti di appoggio alle forze clandestine negli ospedali e nelle carceri, di favorire la fuga di ebrei e deportati.
Tutte attività che alla notevole importanza per la lotta partigiana affiancavano la complessità di recuperare beni che risultavano sempre più difficili da reperire e il rischio di agire in un contesto controllato in modo capillare e feroce che poteva comportare, per chi veniva scoperto,l’arresto, la tortura e la morte.
Nonostante l’importanza di tali attività i GDD contestarono immediatamente un ruolo esclusivamente ausiliario partecipando all’attività di propaganda, al trasporto di ordini, armi, munizioni e stampa clandestina,prendendo parte ai sabotaggi e alla lotta armata.
Anche la denominazione dei Gruppi,incontrò un’opposizione da parte di alcune, le più politicizzate, che da una parte criticavano il ruolo subordinato e assistenziale che veniva richiamato soprattutto dai termini “difesa” e “assistenza” e dall’altra criticavano la stessa costituzione di gruppi specificamente femminili preferendo la partecipazione nei GAP e nelle SAP.
Le donne dei GDD lavoravano soprattutto per il coinvolgimento delle altre donne nella vita politica considerando la specificità dei loro bisogni: Parità salariale, assistenza all’infanzia e alla maternità, difesa delle lavoratrici madri, partecipazione alla vita politica, accesso a qualsiasi impiego in condizione di parità e il diritto di voto, non trascurando la distribuzione di manifesti davanti alle scuole superiori per invitare i giovani a non presentarsi ai bandi di arruolamento della Repubblica di Salò o alle lettere inviate ai docenti, per cercare di dissuaderli dal prestare giuramento al regime.
Già nel Novembre del 1943 comparvero i primi numeri ciclostilati di “Noi donne”, l’organo di stampa clandestino pubblicato a stampa dal gennaio 1944 fino alla Liberazione. Il titolo riprendeva quello di un giornale femminista francese ed era già stato utilizzato nella guerra di Spagna e nella Francia del 1937, dove qualche numero era già uscito sotto la direzione di Teresa Noce. Il giornale aveva anche delle edizioni regionali che, in contatto con le realtà locali, rappresentava un efficace strumento di propaganda e diffusione degli scioperi. Il giornale raggiungerà per alcuni numeri la tiratura di 10.000 copie grazie alla distribuzione delle militanti che a volte sembra abbiano fatto ricorso alla copiatura a mano. e dopo la guerra diventerà organo dell’Unione Donne Italiane
I gruppi erano presenti all’interno delle fabbriche, soprattutto in quelle ad alta concentrazione femminile. Le operaie ottennero parziali vittorie relative alla distribuzione dei viveri, combustibile e vestiario, alla possibilità di uscire durante gli allarmi aerei, alla revoca dei licenziamenti, al riconoscimento dell’indennità di presenza; sono inoltre in prima linea nell’impedire il reclutamento forzoso, la deportazione per lavoro in Germania della manodopera femminile e maschile e svolgono un lavoro essenziale nella propaganda e nella raccolta di fondi. E’ in fabbrica che iniziarono a prendere corpo le piattaforme rivendicative incentrate sui temi della parità salariale, sulla tutela delle lavoratrici madri, rivendicando assistenza pre o post parto.
L’attività dei gruppi nelle fabbriche prende avvio già nell’ottobre del 1943 con un primo gruppo di tre operaie, chiamato “Scintilla”, alla Magneti Marelli di Crescenzago, organizzate da una vecchia militante comunista ,Francesca Ciceri, “Vera”
Nel marzo del 1944 le donne partecipano in massa ai grandi scioperi di quel periodo e molte di loro vengono organizzate dai Gruppi. Alla Borletti, dove le maestranze erano prevalentemente femminili, lo sciopero riuscì bene ma parecchie operaie furono arrestate, fu organizzato un altro sciopero di protesta per farle rilasciare. Vennero liberate quasi tutte. Purtroppo Carlotta Bassis, 24 anni, trattenuta per cinque mesi nel carcere di San Vittore, finì deportata nel campo di concentramento di Bergen-Belsen dove perse la vita.
Veniva utilizzata la tecnica del comizio “improvvisato” o “volante” in cui una donna proveniente da una fabbrica diversa da quella in cui andava a parlare giungeva, in genere al momento della mensa , quando molte donne erano radunate, e, con la complicità di alcune donne che erano state preavvertite, teneva il comizio nel più breve tempo possibile, poi spariva.
Attraverso la scelta di date che avevano un valore simbolico si cerca di evidenziare l’aspetto politico di rivendicazioni che potevano sembrare dettate da aspetti esclusivamente materiali. Vennero organizzate manifestazioni, scioperi e sabotaggi l’8 marzo del 44 e, in molte zone di Milano, dopo il coprifuoco, furono affissi manifesti e lasciati volantini con un proclama dei GDD;il 21 aprile in occasione del “Natale di Roma” fu organizzata una dimostrazione davanti al Comune per protestare contro la scarsità di viveri dove le partecipanti si scontrarono con i militi della Muti armate di scope e bastoni.
L’8 marzo del 1945 fu celebrato con grande entusiasmo e partecipazione. nell’Italia liberata il decreto di Bonomi aveva riconosciuto il diritto al voto delle donne.
A Milano i GDD organizzarono una commemorazione dei caduti al Cimitero di Musocco dal quale partirono in corteo arrivando prima alla prefettura e poi al Sepral (ente di distribuzione dei generi tesserati) riuscendo ad esigere la distribuzione anticipata di marzo e quella arretrata di febbraio.
Il riconoscimento del CLN, richiesto ufficialmente nel giugno 1944, giunse il mese successivo convalidando in pratica una realtà di fatto ma l’introduzione delle rappresentati dei GDD negli organi locali del CLN fu accolta solo il 16 ottobre e tardò ad essere applicata.
Il riconoscimento politico dei GDD poneva,però, anche una questione interna al movimento delle donne in quanto esigeva di presentarsi ovunque come GDD; altre sigle, come “Comitato delle antifasciste”o “Comitato di assistenza”,con le quali in alcune località le donne (pur aderenti ai Gruppi) preferivano presentarsi, dovevano essere accantonate.
Alla vigilia dell’insurrezione Lucia Corti ed Elena Dreher dopo averne ricevuto la comunicazione da Vittorio Foa, corsero a comprare metri di nastro tricolore.
Il 26 aprile, quando il CLN si stabilisce a Palazzo Marino, Lucia Corti vi si reca per sostituire Vera Cicetti che non si trovava a Milano. Fu designata a parlare in nome dei GDD, ha raccontato che la Dreher dovette tenerla per le ginocchia mentre faceva il suo discorso dal balcone di Palazzo Marino data l’emozione che le faceva tremare le gambe. “Una paura più grande di tutte le altre”

Marisa Ombra dichiarò nel convegno che probabilmente molte donne avevano trovato irrilevante quello che avevano fatto e attribuisce la mancanza di racconti ad una sorta di pudore e di orrore per la retorica

Miriam Mafai, in pane nero scrisse “C’è, nei confronti delle donne che hanno partecipato alla Resistenza, un misto di curiosità e di sospetto… E’ comprensibile … che una donna abbia offerto assistenza a un prigioniero, a un disperso, a uno sbandato, tanto più se costui è un fidanzato, un padre, un fratello… L’ammirazione e la comprensione diminuiscono, quando l’attività della donna sia stata più impegnativa e determinata da un a scelta individuale, non giustificata da affetti e solidarietà familiari. Per ogni passaggio trasgressivo, la solidarietà diminuisce, fino a giungere all’aperto sospetto e al dileggio.”

La maggior parte dei racconti e delle memorie sono state scritte e pubblicate molti anni dopo, anche a causa del ritorno alla vita comune con cui molti partigiani, uomini e donne, dovettero fare i conti

Alla fine della guerra 70 mila partecipanti ai “Gruppi per la difesa della donna”, 35 mila partigiane combattenti, 4.653 donne arrestate, torturate, condannate, 2.750 cadute, 3.000 deportate,16 Medaglie d’Oro e 17 d’Argento.

tappa 8 - Non una di meno

tappa 8 - Non una di meno

Piazza Duca D’Aosta
luogo simbolico, partenza del primo corteo della rete milanese Non una di meno

Piazza Duca D’Aosta è uno dei luoghi simbolo della militarizzazione della nostra città. Nel corso degli ultimi anni, infatti, si è riempita di telecamere, cancelli, transenne, polizia ed esercito. È stata luogo di retate e di controlli sempre più massicci per contrastare il cosiddetto degrado, che poi non sono altro che le persone che la abitano come luogo di accesso alla città. La stazione e il piazzale sono diventati teatro di una ricerca di sicurezza attraverso metodi militari che spesso ha utilizzato come strumento retorico i corpi delle donne.
Ma piazza Duca D’Aosta è stata anche il teatro di molte mobilitazioni femministe, transfemministe e queer che si sono riappropriate dello spazio pubblico in modi diversi, ma sempre sottolineando che “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”.
La prima traccia recente è la passeggiata gay promossa dalla rete No Expo Pride nel maggio 2015, subito dopo il 1 maggio No Expo. La rete No Expo Pride era una rete femminista e queer che metteva in luce come da un lato Expo proponesse un’idea della donna come naturalmente portata a nutrire, dall’altro cercasse di presentarsi come aperta al mondo LGBT proponendo un pride sponsorizzato dal padiglione USA davanti a a quello dell’Iran e lanciando, con il comune di Milano, l’idea di via Sammartini come gay street. Abbiamo quindi deciso di sfilare in maniera indecorosa proprio a partire da piazza Duca D’Aosta, che abbiamo riattraversato proprio in occasione del No Expo Pride, che si è aperto con uno striscione che recitava “LGSM: lesbians and gay supports the migrants”. Ancora una volta l’idea era quella di mostrare come la sicurezza non possa essere imposta, ma costruita dai diversi attraversamenti dello spazio pubblico, anche conflittuali, e dalle alleanze che si sanno tessere.
Negli ultimi due anni, poi, piazza Duca D’Aosta è diventata il luogo di partenza dello sciopero delle donne dell’8 marzo lanciato da Non una di meno. Non una di meno è Non una di meno è una rete femminista che raccoglie associazioni, collettivi e singole e che si riunisce in assemblee territoriali in oltre 50 città italiane. È nata nell’ottobre del 2016 per reagire ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne. Nel corso dell’ultimo anno la rete si è riunita in assemblee nazionali per scrivere collettivamente un Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere che è stato presentato il 25 novembre 2017. In questo piano affermiamo con forza la natura strutturale della violenza sulle donne e sulle soggettività LGBTQIA+ e proponiamo soluzioni altrettanto strutturali. Gli scioperi dell’8 marzo, in questo senso, sono stati un modo per riappropriarci del tempo e dello spazio, per sospendere il lavoro produttivo e riproduttivo che svolgiamo ogni giorno, per dare vita ad un’assenza che si è trasformata in presenza nelle strade e nelle piazze.
l’8 marzo del 2017, insieme a Macao, come Amborsia abbiamo dato vita ad un’anasuromai (su la gonna!) di fronte al Pirellone. L’anasuromai è una pratica antichissima, che ha origine nei culti di Demetra, e che consiste nel mostrare la vulva come forma di potenza. Per noi arrivava dopo un percorso sui corpi in rivolta in cui abbiamo letto libri, fatto laboratori di squirting e messo in discussione i modi in cui stiamo in piazza anche nelle manifestazioni. La nostra anasuromai, in cui non mostravamo solo le nostre vulve, ma ognun* poteva scegliere cosa mostrare, era un attacco verso la Regione Lombardia e le sue politiche sessiste e razziste, ma anche un modo per trasformare una vulnerabilità, il corpo nudo, in un potere collettivo: “Oggi vogliamo riproporre questo gesto insieme a tutti i corpi favolosi con cui lottiamo ogni giorno. A un sistema binario che comprime i corpi in una norma mitica rispondiamo con la potenza della molteplicità delle nostre forme, forti delle nostre differenze. Perchè il corpo non sia un destino, ma uno strumento di resistenza, piacere e di rivoluzione”.
Quest’anno, invece, la piazza è stata teatro di un rituale al grido Witch Out! per allontanare da noi il lavoro gratuito e tutte le forme di lavoro non pagato che dobbiamo svolgere anche nei lavori pagati:” Vogliamo la redistribuzione delle ricchezze; vogliamo un corrispettivo economico per tutto il lavoro di cura svolto; vogliamo paghe oneste; vogliamo vacanze pagate; vogliamo welfare; vogliamo lavorare meno; vogliamo la piena automazione dei lavori senza gioia; vogliamo rispettare le macchine che libereranno il nostro tempo; vogliamo vivere e non sopravvivere; vogliamo la fine della violenza patriarcale, vogliamo un reddito universale. Vogliamo la luna, noi siamo le streghe”.
Queste esperienze, in questa piazza, ci hanno permesso di costruire relazioni e alleanze, di vivere la città in modo inedito, di immaginare forme di c onflitto che partissero da noi e di sovvertire ancora una volta le distinzioni tra pubblico e privato.


Sempre più in alto, per una nuova umanità

A.P.E. - Alveare dell'Associazione Proletari Escursionisti dal 1919